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AGRITURISMO IN SICILIA
La storia della Sicilia è un susseguirsi di popoli e dominatori che hanno influenzato anche il paesaggio, la cucina, le tradizioni, la lingua. L’identità regionale è quindi il frutto dell’incontro e dell’integrazione di culture diverse. Dal punto di vista naturalistico, la Sicilia si propone al visitatore con tratti di mare davvero unici, con le sue isole, i suoi vulcani, i suoi agrumeti.
Per quanto riguarda gli itinerari turistici, in Sicilia si ha solo l’imbarazzo della scelta: dalle suggestioni arabe di Monreale e Palermo al barocco di Catania, dalle rovine greche di Agrigento e Siracusa alla natura selvaggia e a tratti incontaminata delle isole.
Per chi vuole vivere la Sicilia nel pieno rispetto dell’ambiente e delle tradizioni, molti imprenditori agricoli si sono convertiti al turismo rurale e offrono un’ospitalità di grande stile nelle masserie e nelle antiche ville padronali, immerse nei latifondi di stampo borbonico. Il turista sarà deliziato, oltre che dalle bellezze paesaggistiche e artistiche, anche dalla ricchezza e dall’abbondanza delle specialità culinarie isolane.
LE MASSERIE E I BAGLI SICILIANI
Anche la Sicilia, come gli altri territori rurali italiani, presenta una varia ed articolata architettura rurale, a cominciare naturalmente dalle masserie che qui, per la diffusa presenza del latifondo nei secoli passati, si presentano a grandi dimensioni, a capo di proprietà una volta anche di centinaia di ettari. Sono generalmente a pianta quadrata, grandi complessi plurimi al centro di vasti agrumeti o di estesi terreni coltivati a grano, spesso con pretese decorative ed architettoniche almeno nell’edificio del proprietario. A volte sono veri e propri sistemi di masserie distribuite in possedimenti di migliaia di ettari e facenti capo ad abitazioni-castello isolate nelle grandi piane.
Assai interessante è la storia urbanistica degli insediamenti rurali delle aree interne del Trapanese o dell’Agrigentino o della piana di Catania. Qui, nel corso soprattutto del XVII secolo, assistiamo alla nascita di numerosi agglomerati rurali, determinata dalla volontà della nobiltà feudale di procedere alla colonizzazione delle terre ancora incolte. Questi villaggi, a volte nati secondo un vero e proprio piano urbanistico, prevedevano una piazza centrale con l’abitazione baronale e la Chiesa in stile barocco e l’edificazione, su lotti concessi ai contadini in cambio del lavoro agricolo insieme a piccoli appezzamenti per orti, di piccoli alloggi a corte centrale o con cortili posteriori.
Nel Trapanese o nell’agro di Marsala la tipologia rurale dominante era quello dei “bagli”, connessi alla viticoltura e sorti soprattutto nell’800, costituiti da una serie di costruzioni destinate a più famiglie, disposte spesso a quadrilatero al fine di racchiudere un cortile centrale denominato “baglio” ed in cui ogni abitazione prevedeva la presenza dell’alloggio, della stalla pagliera, del “magazzeno” o cantina, il locale più importante per la lavorazione e conservazione del vino.
LA FESTA DA NON PERDERE
La festa di Sant'Agata a Catania
Il culto di Sant’Agata a Catania è uno dei più affascinanti intrecci rituali, giunto quasi integro ai giorni nostri. Sant’Agata, vissuta nel III secolo, è la patrona della città e si narra che fu perseguitata e torturata, subendo - fra l’altro - l’amputazione di un seno. Ricondotta in carcere, fu visitata da San Pietro accompagnato da un angelo portalanterna che le risanò la mammella. Da qui si fa derivare il patronato nei confronti delle puerpere che soffrano alle mammelle.
ANTICHE RADICI. Già qui cogliamo un legame con i culti di Iside: Apuleio narra che nella processione del 5 marzo in onore della dea, il sacerdote recava un’ampolla d’oro a forma di seno da cui versava latte, simbolo della Dea Madre.
Un altro attributo caratteristico di Iside, il velo miracoloso, torna nell’agiografia di Sant’Agata. Infatti, un anno dopo la sua morte la città, minacciata da un’eruzione dell’Etna, fu salvata dal velo della martire con cui i fedeli fecero argine alla colata.
La festa risale al 1519, quando per la prima volta le reliquie della santa vengono portate in processione sulla vara, una sorta di tempietto ligneo ricoperto di oro e di argento.
LA FESTA OGGI. La festa si apre con la sfilata delle undici Candelore, simbolo delle corporazioni: le torrette istoriate giungono in corteo a Sant’Agata la Vetere con l’offerta dei ceri tradizionali, seguite dalla settecentesca carrozza del Senato, un tempo propria dei governatori della città. Al mattino seguente esce in processione la statua argentea della Santa, posta sotto la vara e trainata da lunghe funi tirate da centinaia di giovani nel bianco abito devozionale. La notte del 5 febbraio la Santuzza percorre lentissimamente e fino all’alba le vie della città scintillante di luci. Sfilano le candelore illuminate e centinaia di devoti che portano ceri accesi, innumerevoli fiaccole e candele addobbano la macchina che porta la Santa in processione fino alla via Etnea: nelle notti di luna spesso si scorge l’Etna fumante, la montagna sacra della Sicilia orientale.
I VINI DELLA SICILIA
La Sicilia con il suo clima caldo e ventilato offre alla produzione vinicola un habitat ideale, tant'è che già romani ed arabi producevano grandi quantità dell'inebriante bevanda. Questa terra può essere divisa, per ciò che riguarda il suo vigneto, in tre grandi aree: la zona di Trapani, con i suoi vini di Marsala, la zona dell'Etna e la provincia di Ragusa.
Aggirandovi nel Trapanese avrete modo di osservare le caratteristiche vigne ad alberello, che traggono da questa terra dal clima arido, anche se mitigato dalle brezze marine, umori ed aromi intensi. Nella zona è d’obbligo degustare il famosissimo Marsala, un vino superiore da dessert che va servito a temperatura ambiente, e l'Alcamo, vino bianco brillante, adatto ai piatti di pesce, con un leggerissimo profumo di mandorla.
La zona dell'Etna, e più esattamente le fertili pendici del vulcano, sono un'altra grande zona di produzione vinicola. Fra la provincia di Catania e quella di Messina, il turista è colpito dal colore acceso delle grandi distese di agrumeti, ma ai piedi del grande vulcano sono le uve a farla da padrone. Tra le produzioni il Capo Bianco e il Capo Rosso, il Ciclopi bianco, rosso e rosato, in tutti i casi dalla gradazione abbastanza elevata, l'Etna bianco, un vino robusto da pesce, piacevole per il suo leggero aroma di frutta, il Val di Lupo, nei tipi bianco, rosato e rosso. Oltre all'immancabile visita alla splendida Taormina ed al vicino spettacolare vulcano, molti centri vi accoglieranno con i loro scorci pittoreschi, gli ottimi prodotti locali e soprattutto tanti, tanti agrumi.
La terza e ultima zona di vigneti corrisponde pressappoco al territorio delle province di Siracusa e di Enna. Qui potrete assaggiare l'Albanello, un vino bianco di elevata gradazione, l'Eloro Rosso, detto vino nero di Noto, il Pollio, con le caratteristiche tipiche dei vini rossi siciliani.
I SAPORI DELLA SICILIA
La Sicilia rappresenta con la massima evidenza la successione di civiltà, che caratterizza tante regioni italiane. Con una precisa specificità, specie per quanto riguarda la cucina: le diverse usanze hanno lasciato tracce che, pur essendo ben percepibili, sono perfettamente fuse in una nuova “sicilianità” perfettamente individuabile. E’ facile immaginare la prevalenza del pesce sulla carne, non solo nei piatti di mezzo, ma anche nel condimento della pasta, a partire da quello che può essere considerato il simbolo della cucina siciliana, la pasta con le sarde.
I PRIMI. E proprio dalla gloriosa pasta con le sarde iniziamo la nostra rassegna. Si tratta di una preparazione che prevede l’uso di una pasta lunga o corta, ma comunque bucata (bucatini, perciatelli, cannolicchi), condita con un sugo a base di olio, acciughe salate, cipolla,finocchietto selvatico, uva passa, pinoli, mandorle tostate tritate, zafferano, pangrattato e, ovviamente, sarde, alcune delle quali lasciate intere. Le varianti sono numerose: con pangrattato o senza, con le sarde intere fritte oppure aggiunte semplicemente a fine cottura, con uso del forno o meno, tutte, comunque, gustose e degne di assaggio. Così come i ricchi timballi di pasta (di maccheroni, di anolini, di riso con pasta), conditi in vario modo, con ragù, melanzane, piselli, caciocavallo, polpettine, uova, cosparsi di pangrattato e burro e infornati. Indimenticabile la descrizione di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo” di un timballo di maccheroni particolarmente sontuoso, rivestito di pasta sfoglia e ornato di fiori freschi. Ma veniamo a piatti meno opulenti, anche se ugualmente appetibili, come la pasta alla Norma (in particolare, spaghetti o cavatelli), così chiamata in onore dell’eroina del Bellini, il grande musicista catanese, condita con salsa di pomodoro al basilico, melanzane fritte, ricotta salata grattugiata. Ancora più semplice il macco di fave siciliano, che presenta, rispetto a quello calabrese, la variante dell’aggiunta del finocchietto selvatico, o anche di pomodoro e zucca a dadini, e viene a volte usato come condimento di piccoli rigatoni.
I SECONDI. E siamo al pesce, che si presenta con un piatto di elaborazione decisamente “siciliana” come la ‘mpanada di pesce spada. Questo viene cotto con pomodoro, olive e capperi” e collocato a strati insieme a zucchine o melanzane fritte in una teglia foderata di pastafrolla, chiusa nella parte superiore da un analogo disco e infornata. Più rustica la ricetta della zuppa di sarde e lattuga, collocate a strati alterni in un tegame, condite con olio, sale e pepe e cotte a fuoco lento, così come il tonno con la cipuddata, infarinato, dorato e ricoperto con un intingolo ottenuto facendo sobbollire nell’olio di cottura cipolle affettate finemente, menta, aceto, pepe. Passando ai piatti di carne, si torna ad una preparazione più complessa con gli sfinciuni di Mussomeli, una specie di torta costituita da un involucro di pasta sfoglia, riempita con un trito di carne d maiale o di manzo, misto a pezzetti di salame e pecorino. Lo sciusceddu è un delicato soufflé con polpettine, ricotta di pecora, formaggio grattugiato, uova con l’albume montato a neve; un piatto raffinato, dunque, accanto al quale ci piace ricordare, in piacevole contrasto, il rustico e saporoso capretto delle Madonie, cotto con strutto, funghi secchi, cipolle, pepe e prezzemolo.
I DOLCI. Finale pirotecnico con i dolci. Come trascurare la cassata siciliana, famosa universalmente, la cui origine risale a poco prima del Mille, al periodo, cioè, della dominazione araba nell’isola. Gli ingredienti principali odierni, in parte diversi dagli originali, sono pan di Spagna, ricotta, zucchero, cannella, canditi, pistacchi, pinoli, maraschino e gelatina di albicocche. Un altro ambasciatore in tutto il mondo della pasticceria dell’isola è il marzapane di Martorana, anch’esso di origine araba, anche se è rimasto famoso con il nome del convento palermitano che ereditò il segreto della preparazione, consistente nell’acqua di fiori d’arancio, ricavata grazie agli alambicchi degli arabi. Questa acqua profumata era indispensabile, insieme allo zucchero e alla vaniglia, per la preparazione della pasta di mandorle, che veniva poi lavorata in forma di piccoli animali o di frutti estremamente realistici, colorati con essenze vegetali e lucidati con la gomma arabica, ancora oggi esposti in vivacissime “nature morte” nelle vetrine delle pasticcerie siciliane.
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