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AGRITURISMO IN CAMPANIA

La Campania è una terra generosa, sia per il suo ricco e vario patrimonio storico, archeologico, paesaggistico, sia per le risorse agroalimentari di qualità, sia per la solarità e il calore delle genti che la abitano. Scegliere l'agriturismo per trascorrere una vacanza in Campania permette di abbinare la tranquilità della campagna con gli svaghi del mare e delle città d'arte.

È meta di turisti e appassionati d’arte e di storia fin dai secoli passati: basti pensare agli scavi di Pompei e Ercolano, all’area archeologica di Paestum, ai monumenti di Napoli, alla reggia di Caserta, senza dimenticare le bellezze naturali della costiera amalfitana e delle isole. Il turismo rurale, dal canto suo, ha ancora ampi margini di sviluppo ma già adesso è caratterizzato da elementi di sicuro interesse: suggestive masserie, solida tradizione gastronomica regionale, indubbia bellezza del territorio.

L'AGRITURISMO IN CAMPANIA: LE MASSERIE

Nel territorio che si estende tra il Volturno e Gaeta, nell’Irpinia, nel Vallo di Diano, nel Piano Campano, nell’area vesuviana, le masserie e gli agglomerati rurali sono le tipologie più frequenti. La loro origine è connessa ad una economia sostanzialmente pastorale, che solo nell’ultimo secolo si è convertita anche all’agricoltura. Il tratto distintivo della masseria è, infatti, al di là di tutte le strutture diversificate e complesse che si sono aggiunte nel tempo, la presenza di recinti, cortili, locali chiusi per il riparo del bestiame ovino e per la lavorazione del formaggio. Le forme più rudimentali ed antiche compaiono nell’Irpinia, a sviluppo lineare, semplice teoria di vani addossati longitudinalmente, ad uno o due piani. Non mancano, nella zona a lungo di persistenza del latifondo, grandi masserie unitarie o composte da più fabbricati, con un corpo centrale massiccio, spesso sormontato da colombaria, adibite all’abitazione del proprietario o del massaro, dei salariati ed alle lavorazioni agricole. Non di rado, le masserie più grandi e con proprietà più estese, presentano il caratteristico elemento della corte recintata e chiusa. L’elemento della corte ritorna anche nella formazione degli agglomerati rurali di pianura. Tali villaggi, che si svilupparono soprattutto a partire dal XV secolo, per iniziativa dei feudatari, mostrano una varietà di abitazioni, da quelle unifamiliari con corte anteriore e recintata con muro, a quelle con cortile posteriore, fino ai complessi plurifamiliari a corte centrale dove si aprono gli ingressi delle numerose abitazioni contadine o con cortili collettivi sviluppati in lunghezza. Oggi, spesso e volentieri, le masserie vengono riadattate e trasformate in agriturismi e alloggi per la ricettività turistica.

L'AGRITURISMO IN CAMPANIA E LA FESTA DA NON PERDERE

I miracoli di Sant'Andrea, processioni e pellegrinaggi ad Amalfi

La città di Amalfi ha sempre tributato una grande devozione popolare a Sant’Andrea, le cui spoglie sono custodite nel Duomo dal lontano 1206.
La fede popolare si accrebbe poi con il verificarsi di due grandi eventi miracolosi. Il primo accadde il 29 novembre 1304 quando dalla tomba del Santo uscì una sostanza oleosa cui gli amalfitani, memori dei racconti biblici, diedero il nome di "manna". Il secondo miracolo si verificò il 27 giugno del 1544 quando l'intercessione del Santo salvò Amalfi dall'attacco del pirata Barbarossa.
Le due date sono diventate, da allora, giorni di festa e Sant'Andrea è stato proclamato patrono di Amalfi.

LA RACCOLTA DELLA "MANNA". Dal primo novembre ogni sera si prega intorno alla tomba del Santo. Il 29 novembre il busto viene esposto alla devozione dei fedeli. La sera una processione, che vede una intensa e pressoché plebiscitaria partecipazione di popolo, si reca alla cripta del duomo per assistere alla raccolta della "manna" che, racchiusa in boccettine, sarà consegnata ai malati.
La mattina del 30 inizia la grande festa religiosa. Tra suoni, canti e gioiosi scampanii iniziano le funzioni che culminano nella celebrazione del pontificale seguito da una solenne processione con il ritorno del simulacro nella cripta del duomo.

LA PROCESSIONE DEL 27 GIUGNO. Il 27 giugno invece, si celebra la festa di Sant'Andrea patrono di Amalfi.
La possente statua del Santo, detta familiarmente "o' viecchio" viene portata in processione, accompagnata dai membri delle confraternite religiose vestiti di bianco, sino alla riva del mare dove viene presa in consegna dai pescatori che, correndo lungo le vie della città e lungo la monumentale scalinata, riportano la statua all'interno del duomo. Qui, in segno di devozione e di ringraziamento, offrono al Santo dei pesci. A sera la festa esplode in tutta la sua allegria mentre i fuochi d'artificio illuminano la notte.

L'AGRITURISMO E I VINI DELLA CAMPANIA

Il nome di questa regione la dice lunga sul territorio che occupa. Infatti l'appellativo Campania Felix fu dato a questa zona in epoca romana a testimoniare le fertilità della campagna locale. E' gioco forza, quindi, che in Campania si possano degustare ottimi vini resi tali dalla natura del terreno e dal sole che qui splende quasi ininterrottamente per dodici mesi l'anno. Il turista resterà sorpreso dalla quantità, varietà e bontà dei vini che si possono scovare in tante piccole aziende agrituristiche sparse sul territorio.

Il nostro itinerario partirà dalla zona di Caserta dove, in molte cantine disseminate qua e là per la campagna, potrete degustare un ottimo vino Falerno, prodotto nelle due qualità rosso e bianco. Il Falerno bianco è un vino asciutto e abbastanza alcolico (12-13 gradi), ha un sapore piacevole e morbido. Il Falerno rosso è anch'esso un vino asciutto che però migliora se invecchiato di 3 o 4 anni. Trovandovi nelle zone della città che fu voluta da Carlo III di Borbone, non potete esimervi dal visitare la famosissima Reggia, capolavoro di Luigi Vanvitelli.
Lasciato il casertano potete spostarvi verso la costa, utilizzando comodamente l'autostrada, e dirigervi verso la provincia di Napoli. Qui tre splendidi vini vi stanno aspettando: sono il Vesuvio Rosso, il Lachrima Christi e il Gragnano. Il Vesuvio è un vino bianco o rosso, piacevole, poco alcolico e che tende a sfumare. Il Lachrima Christi è un vino rosso intenso, molto antico, che va bevuto quando è ormai invecchiato di 4/5 anni, ha un sapore morbido e piacevole e accompagna magnificamente piatti di carne e selvaggina. Il Gragnano è un magnifico vino rosso che varia abbastanza a seconda della cantina che lo produce, ha un sapore piacevolissimo ed è frizzante.
Se dalla costa fate visita alle due più famose isole della Campania, Ischia e Capri, anche qui avrete modo di assaggiare alcune produzioni locali di buon vino. Ad Ischia si produce, oltre al bianco e al rosso d'Ischia, il Biancolella, un vino secco e morbido con un leggero retrogusto di mandorla, perfetto con il pesce e i frutti di mare. A Capri troverete il rosso e il bianco di Capri. Il bianco è un vino superiore da pesce estremamente piacevole e leggermente alcolico.
Aggirata la penisola sorrentina, senza dimenticare di visitare praticamente tutto, da Sorrento a Positano, ad Amalfi, a Ravello, giunti nella zona di Salerno la scelta dei vini si fa addirittura più ampia e variegata. Potrete degustare nelle cantine locali, che qui si trovano assai numerose, l'Alto Sele (vino rosso, secco, abbastanza alcolico), il Basso Sele (vino rosso, intenso, poco alcolico), il Corbara (vino rosso amabile), il Giovi Rosso (un vino asciutto che migliora invecchiando) e il Ravello (nelle qualità bianco, rosato e rosso). Spingendovi infine verso l'entroterra potete ancora trovare dell'ottimo vino. Nell'avellinese si produce l'Aglianico, un vino rosso abbastanza alcolico che migliora invecchiando, il Greco di Tufo, bianco dal sapore fruttato, il Fiano, bianco e frizzante, entrambi per piatti di pesce, il Taurasi, un DOCG rosso con originali riflessi che dopo qualche anno tendono all'arancione, da apprezzare con carni rosse, selvaggina e formaggi stagionati. Proseguendo ancora nell'interno, le campagne di Benevento vi offrono la possibilità di assaggiare due storiche DOC, il Solopaca e il Taburno.

L'AGRITURISMO E I SAPORI DELLA CAMPANIA

Come il Lazio, anche la Campania ha avuto in sorte una capitale indubbiamente egemone, con un passato storico lungo e prestigioso, Napoli, in questo caso, che sembra dettare tuttora legge anche nel campo della gastronomia. E certo, come negare la rinomanza universale di pizza, spaghetti, ragù, pastiera, babà, e così via? Negli agriturismi della zona si troveranno comunque anche altre specialità, meno conosciute ma ugualmente invidiabili. Fra gli elementi di fondo che accomunano la cucina campana, i prodotti di un’agricoltura antica alla quale si sta cercando di dare nuovi, validi supporti, specie per quanto riguarda il campo ortofrutticolo, con colture di pregio che tendono a salvaguardare con metodi naturali gli intensi colori e sapori che il fertile terreno delle zone vulcaniche ed il sole splendente donano ai prodotti di tanti terreni campani.

I CLASSICI DELLA TRADIZIONE. Pizze, calzoni, calzoncelli sono talmente diffusi e quotidianamente offerti che ormai presentano varianti fantasiose e spesso appetitose, ma sempre più lontane dalla tradizione. Per quanto riguarda un’altra, notissima preparazione, la mozzarella in carrozza, va ricordato che la ricetta originale richiedeva rigorosamente mozzarella di bufala (e non quella di latte vaccino, che correttamente va chiamata fior di latte) e pane casareccio raffermo. Ci richiamano direttamente alle usanze più antiche le zeppulelle, semplici “gnocchi” di pasta lievitata, talvolta farciti con pezzetti di acciuga e di baccalà, fritti in olio bollente, e il casatiello, una ciambella salata formata con un impasto di farina, lievito e strutto, al centro della quale viene collocato, prima della cottura in forno, un uovo con il guscio.

I PRIMI PIATTI. I primi costituiscono certamente una parte fondamentale della gastronomia campana: cominciamo dalla minestra maritata, sostanzioso piatto unico che unisce una quantità di verdure (broccoli, broccoletti, cicoria, lattuga, scarola) e di erbe selvatiche a costine, cotiche, salsicce, salamini di maiale, pezzetti di caciocavallo, peperoncino. Paste asciutte fatte a mano prendono diverse denominazioni, dalle lagane o laganelle, la cui origine risale addirittura al nome latino di un impasto di semplice acqua e farina già noto in età romana, il langanum, ai cecatielli, scialatielli, cavatielli (questi ultimi diffusi anche nelle regioni limitrofe), spesso uniti con ceci e fagioli e conditi con sugo di pomodoro o ragù. I panzarotti sono una pasta ripiena fritta in olio bollente, che nella versione dell’interno sannitico sono preparati con una sfoglia a base di farina e sugna (grasso di maiale), dentro la quale si inserisce un ripieno di salame, caciotta, formaggio grattugiato, uova, prezzemolo. La più “cittadina” versione napoletana, invece, sostituisce nell’impasto la sugna con il burro e prevede ripieni diversi, a base rispettivamente di mozzarella e acciuga, di funghi e di carne di pollo. Non è materialmente possibile citare tutte le salse con le quali vengono serviti gli immortali spaghetti e maccheroni, fra le quali hanno ovviamente un ruolo primario quelle a base di pesce e di frutti di mare. Infine, unica ma gloriosa versione napoletana di cucina del riso è appunto il sartù (dal francese sur tout, sopra a tutto) di riso, un timballo cotto al forno, legato con uova e arricchito con mozzarella, piselli, carciofi, prosciutto, salsicce, polpettine.

I SECONDI. Le ricette a base di pesce puntano soprattutto sulla freschezza e sul sapore del pescato napoletano, di cui sembrano ancora dare testimonianza alcuni superstiti fra i numerosi banchetti che presentavano al pubblico molluschi e crostacei freschi. Erano anche diffusi i venditori di polipo, che veniva offerto nel suo brodo bollente e costituiva una parte fondamentale della gastronomia popolare. Fra i piatti più elaborati, la spigola ripiena di frutti di mare, cotta al forno, e i totani imbottiti della cucina caprese, con un ripieno formato dai tentacoli tagliuzzati con uova, caciotta secca e parmigiano grattugiati, cotti con olio, aglio e vino bianco secco. Meno caratteristici i piatti di mezzo a base di carne, che nelle zone interne vedono una prevalenza di ovini e suini; sapore tipicamente napoletano assume il manzo alla pizzaiola, condito con aglio, olio, vino, pomodoro ed origano.

I DOLCI. Fra i dolci, infine, iniziamo con una indispensabile citazione di quelli noti in tutto il mondo, come la pastiera di pasta frolla, con un ripieno di grano, ricotta, uova, canditi, cannella, aromatizzato con acqua di fiori d’arancio, e il babà, ormai napoletano a tutti gli effetti, anche se la storia ne attribuisce l’invenzione al settecentesco re Stanislao di Polonia. Un soffice impasto a base di farina, latte, zucchero, burro, uova con albume montato a neve, viene cotto per lo più in formine individuali cilindriche e imbevuto con uno sciroppo di acqua, zucchero, rum e scorza di limone. Un dolce più singolare è costituito dalle melanzane al cioccolato, diffuse a Napoli in occasione delle feste della Madonna del Carmine e della Madonna della Neve: tagliate a fette e fritte, vengono insaporite con uno sciroppo al cioccolato addensato con mollica di pane raffermo, sistemate a strati insieme a mandorle, pinoli, cedro candito, e passate al forno.

Agriturismo Pasqua
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